L'Opera Cardinal Ferrari e le sfumature delle piccole cose

L'Opera Cardinal Ferrari e le sfumature delle piccole cose

 

Per raccontare l'Opera Cardinal Ferrari di Milano c'è un'espressione che funziona meglio della definizione ufficiale di "Centro di Accoglienza". Questa espressione è "Carissimo".

Così vengono chiamati i senzatetto che all'Opera trovano accoglienza e aiuto. Un termine che con la sua calorosa delicatezza ci ha raccontato il lavoro della Fondazione molto meglio di quanto avrebbe potuto fare uno statuto o la descrizione istituzionale dell'attività. Occuparsi dei “carissimi”, che sono all'incirca 200, significa dare qualcosa a persone che non hanno niente. La missione dell'Opera è tutta qui.

Tuttavia, frequentando le più disparate realtà del Terzo Settore abbiamo imparato che "spiegare in breve" la loro funzione non serve a molto. L'Opera Cardinal Ferrari, in questo, non fa eccezione: per comprenderne l'attività quotidiana bisogna avere molta pazienza, perché occorre volerlo capire.
A ben pensarci, non è così diverso da quando si tenta di spiegare il proprio lavoro a un amico: le dinamiche che ai nostri occhi lo rendono così interessante, difficile o, in alcuni casi, frustrante, finiscono spesso per rimanere confinate nel nostro luogo di lavoro, ed è molto difficile che riescano a emergere in tutta la loro vitalità in una conversazione da aperitivo. Tutti viviamo una vita che ci offre già abbastanza pensieri e preoccupazioni, al punto tale da non voler intavolare discorsi lavorativi preferendo argomentazioni più stimolanti.

Perciò anche il lavoro in Cardinal Ferrari, sintetizzato, finisce per essere una formula di vago altruismo pronunciata da chi ha tanta "buona volontà" quanto tempo libero, ovvero persone che non vivono nel mondo reale.

Invece è stupefacente quanto di questo mondo reale si possa ritrovare nel lavoro di questa struttura. Ha avuto la pazienza di raccontarcelo Mariateresa Sarati, ex direttrice della Fondazione. A chiunque volesse saperne di più consigliamo caldamente una conversazione con lei, sicuramente più illuminante della lettura di un semplice articolo. Ma intanto prediamo nota di quello che abbiamo appreso da questo incontro, in equilibrio tra interesse personale e interesse professionale (siamo pur sempre gli assicuratori dell'Opera).

 

 

Piccole cose, grandi problemi

 

L'Opera Cardinal Ferrari offre mensa, docce, assistenza sanitaria e appartamenti a prezzi controllati dove possono soggiornare studenti, parenti di pazienti in cura e altri soggetti in difficoltà. È una sorta di albergo diurno, la "casa di coloro che non hanno casa".

La vita della Cardinal Ferrari inizia nel 1921 ed è fatta di piccoli dettagli. Perché quando niente è garantito da nessuno, neppure il sapone che si trova in bagno, anche la minuzia più apparentemente insignificante diventa un problema da risolvere. Il "problem solving", qui, è più una necessità che una virtù, e se il problema non viene affrontato rimane irrisolto.  

Gestire la struttura richiede una certa creatività pratica che deve costantemente rispondere alla domanda "dove recuperiamo questa cosa che ci serve?". "La compriamo" non è quasi mai la risposta.

In una mensa, ad esempio, servono tovaglie. "Perché non evitare di usarle?", ci siamo chiesti prima di capire che la vera domanda è "Perché mai dovremmo fare senza?". La casa esiste per migliorare la qualità di vita dei suoi ospiti, non per fare le cose al risparmio. Che non vuol dire incoraggiare gli sprechi, ma neanche sottoporsi a rinunce evitabili. E così la soluzione è arrivata dalle aziende produttrici di tovaglie del circondario, che si sono dimostrate disponibili a contribuire alla causa con il loro magazzino.

Chiedere, a volte, è il modo più efficace di ottenere le cose, come dimostra anche la storia comparsa sulla rivista della Cardinal Ferrari – proprio a firma di Mariateresa – in cui si racconta come a un donatore, che non voleva regalare i soliti panettoni, fu consigliato di regalare un paio di scarpe nuove a ognuno dei carissimi. D'altra parte, quello delle scarpe è un tema molto presente per chi si occupa di persone che vivono scalze pochissimi momenti della loro vita. "Hai mai provato, anche solo per un giorno, a camminare con scarpe troppo piccole o addirittura rotte?", viene chiesto nella Home Page del sito dell’Opera Cardinal Ferrari. Un altro piccolo dettaglio che rappresenta un grande problema. 

 

Cosa manca a chi non ha niente

 

La cosa più difficile da capire è cosa vuol dire veramente non avere niente. Una casa o un pasto caldo è solo il livello più superficiale della questione.

In realtà, per i carissimi essere affamati non è solo una questione di cibo, così come essere "senzatetto" non è solo una questione di abitazione. Le docce, la mensa, l'ambulatorio e tutto il resto della struttura sono fattori importanti, anzi fondamentali, ma sono "supporti". Sono il mezzo, non il fine.

Il lavoro vero è restituire un senso di radicamento a queste persone, per cui "non avere niente" significa a volte non avere neanche un'identità. A cominciare dai documenti, un materiale piuttosto importante se capita di incappare in un controllo della polizia, specialmente se si è un senzatetto straniero. In Cardinal Ferrari si svolge anche un lavoro di segnalazione e di assistenza burocratica che è molto importante per chi è sostanzialmente apolide e non ha nemmeno una residenza a cui farsi arrivare la posta. A volte è stato il tesserino della mensa a permettere ai carissimi di essere riconosciuti. E il riconoscimento altrui è proprio quello che manca in una vita di strada: le persone vivono abbandonate a se stesse in una condizione di solitudine esistenziale e sociale, oltre che materiale.

Non a caso i destinatari preferenziali dei servizi dell'Opera sono senzatetto anziani: quelli che non hanno diritto alla pensione sociale, che non avranno mai una pensione di anzianità e che non hanno figli, fratelli o mogli che si prendano cura di loro.

Ha raccontato in modo davvero interessante l'incontro con queste persone Chiara Covini, una tirocinante dell’Istituto di Psicologia Somatorelazionale che ha svolto un periodo di servizio presso l'Opera. Nella sua tesi, L'incontro: ogni volta un mistero, scrive: «La prima volta che sono entrata negli spazi dell’Opera Cardinal Ferrari, casa di accoglienza per “senza fissa dimora”, ricordo di aver quasi coniato un termine per il popolo che avevo di fronte: “umanità dolente”. Apparentemente persone davvero tanto provate dalla vita». A un'umanità dolente, la cosa che manca di più è la capacità di fidarsi degli altri, che inevitabilmente scompare quando per una vita hai potuto contare solo su te stesso.

 

E l'impatto sociale?

 

Carlo Mazzini, in un articolo che affronta il tema della misurabilità dei risultati del Terzo Settore, parla dell'ambiguità del concetto di "impatto sociale": «Cosa si recupera? Fino a quanto si recupera? Quali sono i nostri successi? Andate a chiedere a chi aiuta le persone in difficoltà (per qualsiasi motivo in difficoltà) qual è il grado di recupero. Vi risponderanno che è una domanda impropria. Ciò che metteranno sul piatto è il miglioramento della qualità della vita, obiettivamente non misurabile. Ha un impatto sociale enorme sulle persone, sulle famiglie e sulla società».

I "risultati" sono un argomento impossibile da eludere, specialmente quando si parla di sovvenzioni pubbliche e ritorni delle politiche assistenziali. Quando l'obiettivo è il miglioramento della vita delle persone è difficile trovare indicatori affidabili e soprattutto certi. È un discorso problematico, e il "recupero" dei carissimi non può essere uno di questi indicatori.

In termini operativi, il lavoro che si fa all'Opera Cardinal Ferrari non è servire la minestra: è dire ai carissimi "Ricordatevi che oggi la minestra è più buona", come sottolinea Mariateresa Sarati. E la reazione non è sempre quella di incondizionata gratitudine, perché anche tra i carissimi, dopo un po', c'è chi dà le cose per scontate ed esige sempre di più, dimenticandosi che quanto riceve è qualcosa di gratuito.

Anche tra i volontari, la buona volontà e l'amore per il prossimo sono solo alcune delle motivazioni che spingono a prestare servizio. Ce ne sono altre, più nascoste e intime. Anche tra i volontari, per esempio, c'è chi deve superare la sensazione di sentirsi inutile e, pertanto, dedica agli altri parti anche importanti del proprio tempo. Si tratta di chi, ad esempio, sente di non contare più per nessuno e, come i carissimi, è "affamato" di relazioni, di vicinanza e di ascolto.

In sostanza, in una realtà come l'Opera Cardinal Ferrari accadono tante cose e non tutte possono figurare nello statuto. Ciò dimostra come il Terzo Settore sia una realtà complessa, in cui le sfumature sono a volte più importanti – per chi presta servizio e per chi questo servizio lo riceve – rispetto ai programmi d'azione che si possono presentare in un bando o alla stampa specializzata. Ma, in definitiva, proprio queste sfumature sono la parte più interessante da raccontare.

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