Cosa vuol dire cultura del lavoro per una non profit

Cosa vuol dire cultura del lavoro per una non profit

 

Parlare di Terzo Settore non vuol dire per forza parlare di volontariato. Per gli addetti ai lavori non potrebbe esistere affermazione più ovvia, ma proprio loro sanno anche che "volontariato" è spesso considerato il sinonimo perfetto di "non profit". In questo equivoco si nasconde una grossa mole di disinformazione che, inevitabilmente, finisce per danneggiare l'intero comparto a più livelli, dalla chiacchiera da bar alle istituzioni di primo piano.

Chi vuole comprendere meglio le problematiche di una non profit che ha bisogno di utili può parlare con Gianluca Morlino, presidente della Cooperativa Compagnia Itinerante. Assicurare un ente del genere significa mappare dei rischi che sono, a tutti gli effetti, dei rischi aziendali, nonché fornire soluzioni adatte a realtà ben più strutturate rispetto a una piccola associazione.

Se avrete la fortuna di incontrare Gianluca sentirete due storie: da una parte la storia della sua cooperativa, una realtà che fa interventi educativi a favore di disabili psichici, e che lavora soprattutto con finanziatori pubblici; dall'altra la storia di un mondo, quello del non profit professionale, che è anche offerta lavorativa avanzata e richiesta di risorse altamente specializzate. Un mondo che è molto cambiato rispetto a una ventina di anni fa.

 

 

L'evoluzione del Terzo Settore

 

Quando Gianluca iniziò, negli anni '90, il Terzo Settore era più una vocazione che una carriera. Ne è una prova il suo percorso, nato nell'attivismo dei centri sociali e confluito in una formazione professionale che all'epoca prevedeva tanta esperienza e poca accademia. L'assegnazione del primo progetto importante (il coordinamento di un ospedale psichiatrico in Somalia) arrivò grazie alle competenze acquisite durante gli anni di lavoro come educatore professionale presso il Comune di Milano.

Se oggi la cooperazione internazionale è un percorso lavorativo riconosciuto e legittimato da corsi di laurea e master, Gianluca ci ricorda che qualche tempo fa le barriere formative per accedere a questo mondo erano più basse e scegliere di passare un anno in un Paese in via di sviluppo, a lavorare su un progetto per cui sostanzialmente non esistevano best practices, era una scelta di vita che ben pochi avevano preparato. Anche i canali usati dai grandi finanziatori per cercare le risorse da impiegare in queste iniziative erano basati più su passaparola ufficiosi che su procedure e competenze codificate.

Non che la cosa implichi giudizi di valore: anche il Terzo Settore si è evoluto, e a questa evoluzione è corrisposta una crescente specializzazione dei singoli operatori, sempre più necessaria.

 

Esprimere una cultura del lavoro

 

Le riflessioni di Gianluca, però, sono illuminanti proprio per capire la natura piuttosto sfuggente di quello che potrebbe sembrare un vero e proprio mercato del lavoro parallelo: quello che è rimasto pressoché immutato – e qui sì che ci sarebbe da discutere su eventuali opportunità di cambiamento – è il fatto che ancora oggi, nonostante percorsi formativi diversificati e una tecnologia che ha reso il mondo più piccolo di come era, lavorare nel Terzo Settore significa esprimere una cultura del lavoro.

Ed "esprimere una cultura del lavoro" vuol dire fare cose che nessun altro è disposto a fare.

In primo luogo, naturalmente, per ragioni economiche: perseguire "finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale" significa impegnarsi in attività che non hanno nella remunerazione il loro scopo, ma che comunque restano attività che presentano dei costi. Gli utili servono per rimanere in piedi (anche se non vengono redistribuiti) ed effettuare interventi educativi di qualità a 24 € all'ora è un'impresa in tutti i sensi.

È chiaro che la motivazione per sostenere attività spesso in perdita, che quindi devono affidarsi a sistemi alternativi per rimanere sostenibili, deve essere molto forte. L'identificazione con la missione statutaria diventa un asset fondamentale rispetto all'importanza che ha nella maggior parte delle aziende a scopo di lucro.
Perciò a volte diventa difficile accettare alcuni comportamenti e alcune contraddizioni che in una S.r.l. passerebbero per fisiologici: dietro a ogni non profit incombe sempre lo spettro minaccioso del "chi me lo fa fare".

 

Motivazione e coesione come sinonimo di vitalità

 

Ma in questa cultura del lavoro c'è anche la bellezza e la vitalità di un intero comparto che sopravvive con le sue sole forze nonostante si poggi su basi così fragili: per quanto il lavoro amministrativo sia faticoso e pressante, per Gianluca Morlino il lavoro sul campo, a contatto con gli utenti, resta una motivazione sufficiente a garantire una certa coesione a tutto il Settore.

D'altra parte, l'avvio della Compagnia Itinerante ha voluto dire, per Gianluca e i suoi soci, lavorare per sei mesi senza nessun ritorno economico, a testimonianza del fatto che chi si spende in prima persona è più rappresentativo del Terzo Settore di quanto non lo siano tutte le varie normative e le labirintiche agevolazioni.

Naturalmente il lavoro da fare è ancora tanto: se cooperative come la Compagnia Itinerante sono in grado di assorbire i colpi di finanziamenti ritirati e progetti che da un anno all'altro vengono cancellati, è grazie alla famosa "flessibilità", parola che negli anni ha progressivamente assunto un'accezione sempre peggiore. La forza lavoro del Terzo Settore è estremamente abituata a una precarietà che è norma e che avrebbe bisogno, invece, non solo di tutele lavorative maggiori – come ricorda Gianluca – ma anche di politiche sociali più attente a questo tipo di soggetti, attualmente poco rappresentati.

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